LE CITTA’ MERCATO IN SARDEGNA

LE CITTÀ MERCATO IN SARDEGNA

AUCHAN Non è lontano il tempo dell’avvento delle città mercato in Sardegna, nonché l’espandersi della grande distribuzione” in tutti i settori merceologici possibili.

Gli anni ’90 hanno segnato l’inizio di una escalation di centri commerciali, città mercato e strutture della grande distribuzione non solo di generi alimentari, ma di tutto quello che può essere commercializzato: dall’elettronica all’abbigliamento, dall’elettrodomestico al settore casa.

Vi furono all’epoca grandi polemiche, perché si riteneva fossero strutture che avrebbero messo in crisi il mercato tradizionale fatto di piccoli negozi, sia quelli di generi alimentari (negli anni novanta il 99% di tali negozi non superava i 100 mq.) che tutti gli altri di diverso genere merceologico.

I polemici non avevano tutti i torti, in fondo, perché il mercato tradizionale di fatto incominciò a perdere incassi considerevoli e molti negozi, i meno strutturati incominciavano a risentire la crisi e, con il “profondo rosso” costretti a chiudere.

MA IN REALTÀ

mentre si assottigliava il numero dei negozi, i centri commerciali le città mercato e le grandi strutture assorbivano personale dirigente, commessi/e di vendita e all’interno si creavano strutture commerciali di raccolta che facilitavano la vendita e incrementavano fatturati a beneficio di tutti gli operatori.

Di fatto, chiudevano negozi nei centro città e se ne aprivano degli altri, anche di piccola e medie superficie e proprietari in fine erano magari gli stessi commercianti locali, allettati da questa novità, certi di poter incrementare i loro introiti.

Al di là delle beghe nate in ordine agli affitti richiesti  da parte della “proprietà” delle strutture, considerati eccessivamente elevati, l’evidenza odierna conferma che l’organizzazione efficace ha infine reso vincente il progetto “Città mercato”.

IN SARDEGNA

IKEA Vi sono differenti correnti di pensiero che vanno dalla condanna delle mega strutture commerciali, all’elogio per il loro progressivo sviluppo. Una tale diversa opinione resta e fa discutere, ma non mette in luce né le ragioni di una negazione, né quelle di un totale accoglimento.

Di fatto è cambiato un sistema che forse ha creato lavoro dipendente e anche tanto, a discapito di un minor numero di attività tradizionali che hanno pagato un prezzo forse eccessivamente alto. Ma quali e quante?  Servirebbe un’analisi molto approfondita ed elaborata per poter valutare il valore positivo o negativo di una simile evoluzione.

Si, ci sono le multinazionali che oggi pilotano il tutto e traggono ovviamente vantaggi notevoli; ci sono lavoratori dipendenti che oggi hanno trova to occupazione in queste strutture; ci sono negozianti che hanno trasferito le loro stesse attività in locali predisposti all’interno d’esse; ci sono i clienti, i consumatori che per primi accolgono con grande favore le città mercato.

In esse, infatti trovano tutto ciò che serve loro e spesso anche con prezzi decisamente più accessibili che in negozi a mercato tradizionale, spesso incapace di proporre scelte diversificate di uno stesso prodotto.

In ordine alle realtà d’impresa sarda, non possiamo certo dire che essa non sia presente nelle città mercato. I supermercati offrono molti prodotti alimentari sardi, dal settore caseario al frutticolo, dall’artigianato sardo ai vini di Sardegna.

E’ vero che la grande superficie inserisce anche prodotti provenienti da altri Paesi, sia europei che orientali; e questo spesso è uno dei punti di demerito secondo i detrattori del sistema in essere. Tuttavia, da vecchio commerciante esperto in vari settori merceologici, posso affermare che anche negli anni 60/70 i negozianti tradizionali esponevano nei loro scaffali merci provenienti da tutto il mondo, Cina, Giappone, Taiwan compresi.

Quello che invece sarebbe contestabile è che in una terra sì spopolata come la Sardegna, i centri commerciali prolificano anche nelle zone a scarsa densità di popolazione. Sarebbe dunque contestabile una siffatta prolificazione, dal momento che di fatto le attività commerciali tradizionali subiscono un calo di vendite sì sproporzionato da costringerle a chiudere, sempre che non arrivi prima il fallimento giudiziario.

Il perché di una simile analisi lo giustifico con una proposta che potrebbe cogliere il beneplacito sia delle “proprietà” che degli stessi commercianti locali. Difatto, dovrebbe darsi a costoro la possibilità di scelta di una soluzione lavorativa, o con l’abbandono della loro attività in cambio di un posto di lavoro, oppure con l’accorpamento delle loro attività all’interno di tali strutture.

E’ un paradosso, ma perché non ragionarci su?

Gianni Nachira

Questa voce è stata pubblicata in ARGOMENTI VARI e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

55 − 54 =