THE BUSINESS LANGUAGE

di Gianni Nachira

THE BUSINESS LANGUAGE

04_independence_day_blurayUn sapore amaro in bocca ti coglie, quando scopri che la lingua italiana ha poca valenza nell’ambito delle lingue commerciali più in uso nel mondo dell’economia. Mentre noi ci preoccupiamo politicamente di fare guerre di interessi partitici e di poteri da accaparrarsi in accentramenti capitalistici, le nazioni che contano si beffano del nostro labirintico sistema di governo: Politici strapagati, economie di ripiego, fuga di aziende, crollo dell’economia, chiusura di industrie e fallimenti di media impresa, sistema pensionistico in rosso, lavoro inesistente, pensionati costretti a rimettersi in gioco per sopravvivere.

Un quadro davvero spaventoso.

Noi italiani non sappiamo governarci e non sappiamo neppure rapportarci con il mondo perché siamo un popolo mono-lingua e non sappiamo contrattare affari e imporci con le nostre risorse.

Se abbiamo a che fare con ben 6 popoli che si impongono con le loro abilità in termini di cultura economica e di impostazione sistemica nel trattamento di affari che guardano all’impresa pur non tralasciando le altre scie d’interesse capitalistico, della distribuzione della ricchezza e anche dell’accentramento di mercati, come possiamo pensare di poter competere? ARDUA L’IMPRESA..

A parte l’inglese che pare sia la lingua tradizionalmente studiata nelle scuole di tutta l’Europa, ci ritroviamo con la capolista CINA (lingua ufficiale il mandarino –e anche di Taiwan), già proiettata nel futuro ed è in assoluto la lingua più parlata al mondo.

Strano che nonostante il clima di recessione mondiale di questi anni, l’economia cinese galoppi in crescita costante e si divulghi in tutto il mondo.

A seguire abbiamo:

GERMANIA, ARABIA, PORTOGALLO, SPAGNA, RUSSIA.

C’è poco da dire sull’importanza della lingua di questi Paesi nel mondo, importanza che ha a che fare con la crescita economica in continuo sviluppo.

Se la Germania è la capitale economica Europea con la sua stabilità, l’Arabia, che conta 1.000.000.000 di abitanti, la fa da padrone con le imprese petrolifere, anche se è soggetta a mutazioni per via di continui conflitti bellici.

Non possiamo ignorare queste realtà linguistica che si stanno imponendo ovunque. Né possiamo ignorare la lingua spagnola che pare voglia imporsi in America quale seconda lingua ufficiale.

Notiamo che questi Paesi hanno in comune un fattore comune: La crescita economica che insieme al numero dei parlanti le rispettive lingue madri, si impongono sul resto del mondo.

E sull’Italia? Quali le ripercussioni?

Ho già detto qualcosa in capo a questo articolo, ma riprendo il concetto dalle “risorse”, quelle che una volta c’erano, quale frutto del lavoro della politica economica del dopoguerra che ha visto il nascere di gloriose avventure industriali pure in carenza di materie prime. Risorse poi gradualmente perdute i cui risultati sono palesi oggi sotto i nostri occhi che mostrano un sistema politico ed economico rinchiuso in un labirinto e senza vie d’uscita.

In termini linguistici, l’italiano non ha grande rilevanza nel mondo; del resto il numero dei parlanti supera di poco 60.000.000.

In simili condizioni, una nazione come l’Italia se vuole ritrovare un posto nel mondo economico deve giocarsi la carta del “plurilinguismo”, immettendo nelle scuole dei livelli superiori e universitari l’obbligo dello studio delle sei lingue più importanti, orientato verso l’uso di linguaggi del business.

E’ da una buona dialettica che si può ripartire per introdursi nel mondo economico dei Paesi forti; e se gli operatori economici italiani incominciano a mettere in atto questa mossa, probabilmente riusciranno a portare a casa dei risultati di rilievo.

Questo discorso, a mio parere, vale anche per il popolo Sardo e, dal momento che la Sardegna punta al traguardo di Natzione, forse già da ora dovrebbe impegnarsi a preparare i giovani ad affrontare il mondo con una risorsa importante ed essenziale, costituita dalla conoscenza delle lingue suddette.

 

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