INPS: IL MOSTRO CHE AGGREDISCE L’IMPRENDITORE SIN DAL SUO PRIMO GIORNO DI ATTIVITÀ

INPS: Il mosro che aggredisce l’imprenditore sin dal suo primo giorno di attività

(di Gianni Nachira – scritto il 28/11/2016)

La sede INPS

Cari amici ARTIGIANI E COMMERCIANTI,

in molti lo sapete, ma l’INPS (che poi  è lo Stato, si sa), è davvero un mostro da abbattere perché ce l’ha a morte con voi. Vi sottopone a contributi FISSI con l’aggiunta di contributi a PERCENTUALE se sfondate le soglie di utili previste. 

I contributi fissi sono quelli che si pagano in quota fissa indipendentemente da quello che guadagnate.
Ad esempio nel 2016 (credo che siano valori validi per il 2017) 

  • l’artigiano è stato assoggetto al versamento di € 3.599,00 di contributi;

mentre

  • il commerciante ha esborsato € 3.613,00.

Una quota fissa da pagarsi per un guadagno sino a € 15.549 e se superi questa cifra viene addebitato un maggior costo chiamato CONTRIBUTO A PERCENTUALE che si calcola sulla maggiore cifra eccedente e sino a € 46.123 ; Gli artigiani pagano una percentuale del 23,10% e i commercianti il 23,19%.

Il pagamento dei contributi fissi deve essere fatto in 4 rate alle date:

16 maggio
20 agosto
16 novembre
16 febbraio (dell’anno successivo)

Quest’obbligo iniziale di cui molti inesperti neo imprenditori non se ne avvedono costituisce un freno per la nascita di nuova imprenditoria, anche perché salta all’occhio una realtà amara. Infatti gli imprenditori (e anche quelli già in attività se lo chiedono):
“Ma perché dobbiamo pagare con tributi pensionistici se non abbiamo neppure la certezza di arrivare alla pensione?”

Mi fermo qui, ma mi ripropongo ti tornare sull’argomento, poiché quello che la nostra imprenditoria deve affrontare è un sistema anomalo, che appartiene alla famiglia dei “RODITORI”.
L’urgenza di una rivalutazione del SISTEMA INPS dovrebbe condurre la nostra politica a ravvisare negli eccessivi addebiti una “appropriazione indebita e forzata” esosa, per cui inammissibile.

Mentre attendi che io pubblichi la seconda parte di questo articolo, dai uno sguardo al link che ti invita ad iscriverti alla nostra Associazione:

ADESIONE SOCI PODIMUS

Ciao amici

Ritorno sull’argomento oggi 29/11/2016 per mettere in evidenza in prosieguo, le assurdità di un sistema contributivo “ammazzasette”.

Quand’anche tu avessi messo da parte l’ammontare dei contributi da versare per l’anno d’impresa, ti arriva la mazzata dell’acconto di imposta pari al 100% dell’intero pacchetto tasse (compreso il contributo INPS).

Esemplificando diciamo che se paghi il contributo annuale di 3.600 € a cui aggiungerai la tariffa a percentuale per il maggior reddito in eccedenza, devi prepararti a esborsare esattamente il doppio, per effetto della normativa (acconto di imposta) che ti richiede l’anticipazione delle tasse che avresti dovuto invece pagare l’anno successivo.

Questa mazzata investe anche le neonate imprese, individuali o societarie che siano.

Andando avanti nell’esame, ci ritroviamo di fronte ad altri parametri che vanno a toccare i redditi più consistenti. Vediamoli:

I CONTRIBUTI A PERCENTUALE

  • Tetto minimo per contributo fisso 15.549 €
  • Tetto sul calcolo percentuale

Il massimale previsto (riferito all’anno 2016) e pari a € 76.872,00 oltre il quale si passa all’esenzione da ulteriori addebiti contributivi.

Facciamo un esempio che ci aiuti a capire quanto deve pagare all’INPS un impresa che abbia dichiarato un guadagno di 80.000 nel 2016.

Tenendo conto di questi parametri per il commercio:

  1. CONTRIBUTO FISSO sino a 15.549 €                                                     
  2. CONTRIBUTO PERCENTUALE sull’eccedenza e sino a € 46.123
  3. CONTRIBUTO PERCENTUALE sull’eccedenza e sino a € 76.872
  4. CONTRIBUTO PERCENTUALE superiore a € 76.872
PARAMETRO 1 – QUOTA FISSA                                                      €      3.613,00

PARAMETRO 2 – QUOTA PERCENTUALE per differenza

tra parametro di € 46.123 e 15.549 pari a  € 30.574 sulla cui

cifra si applica la percentuale del 23,19 – ammontare

contributo                                                                                                 €      7.089,85

PARAMETRO 3 – QUOTA PERCENTUALE per differenza

tra parametro di € 76.872 e 46.123 pari a  € 30.749

sulla cui cifra si applica la percentuale del 24,19 

-ammontare contributo                                                                        €      7.410,51

PARAMETRO 4 – QUOTA PERCENTUALE: ESENTE oltre

un utile di € 76.872                                                                                 €             0,00

IL TOTALE CONTRIBUTI 2016 PER IL COMMERCIANTE

E’ DI                                                                                                             €    18.113,36

(Per gli artigiani gli importi sono pressoché uguali dato che le cifre si discostano di un punto percentuale).

Vi sembra poco? Direi di no. Ecco perché ho definito l’INPS con gli appellativi di “mostro”, “roditore”, “ammazzasette”.

A questo punto vi chiederete se è meglio non azzardarsi ad aprire attività commerciali o artigianali.

Certo che non è consigliabile specie se si considera che abbiamo messo in luce il solo pacchetto contributivo, al quale si aggiungono le “tasse” relative a IVA, IRPEF, IRAP che per ora non voglio prendere in esame.

Allora che facciamo? Non apriamo più alcun tipo di attività? Già abbiamo una carenza occupazionale e al disoccupato cui potrebbe fare comodo uno sbocco nell’artigianato e nel commercio gli togliamo anche questa possibilità? Direi di no e vedremo perché.

Ma adesso voglio chiarire il perché di questa excursus nei meandri INPS. E’ una questione che ha a che fare con l’avvio di una mozione popolare da adirsi contro il sistema fiscale in genere e toccando uno per uno gli elementi negativi che sanciscono la morte di alcune categorie di impresa.

  • INPS
  • FISCO
  • CREDITO (le banche fanno parte del sistema per cui inescludibili)

Torniamo però al nostro esame e cerchiamo di capire se oggi è sostenibile il clima economico esasperato o sia meglio uno status quo che ci faccia tornare ai modelli economico-fiscali post bellici.

Personalmente preferisco parlare di futuro, ovvero di rigenerazione di principi e valori politici che la corruzione imperante ha cancellato, ma penso che anche se una politica pura dovesse prendere piede, ci vorrebbero anni per risanare il crack economico-sociale in atto.

Intanto però ci sarebbero soluzioni da proporre e non sono certo quelle di incentivare l’avvio di attività d’impresa con l’ausilio di finanziamenti e contributi addirittura a fondo perduto.

Quello dei finanziamenti e dei contributi è il metodo di gestione totale che il potere ha assunto, per pilotare secondo il proprio tornaconto, i capitali provenienti fa fonti monetarie europee o statali o regionali. Insomma, un sistema bene architettato mediante il quale gli organismi addetti fanno il bello e il cattivo tempo sulla sorte degli imprenditori.

Vuoi aprire un’attività? Beh, visto che non hai risorse personali da mettere in ballo, tranquillo, c’è l’organizzazione statale che ti mette in condizioni di farlo.

Un pilotaggio che ha i suoi apparenti vantaggi, ma che nasconde anche gli svantaggi. Dietro questa valanga di capitali che fluttuano, si aprono le porte innanzitutto a tutti coloro che dovranno gestire il “pacco”, beneficiando di fiumi di denaro che vanno ad assottigliare l’ammontare della cifra disponibile per il reale investimento economico riservato all’economia.

Nascono enti di gestione che rispondono a precise direttive emanate da UE, Stato, banche e Regioni e l’imprenditore se vuole accedere deve assoggettarsi ad un insieme di atti burocratici  snervanti perché complessi che vanno a ritardare di parecchio l’attuazione di un idea imprenditoriale nascente o di ristrutturazione aziendale.

Si organizzano corsi formativi obbligatori (e si disperdono capitali); Si assoggetta il richiedente a pilotate gestioni contabili che alla fine mostrano la loro incompetenza mettendo a rischio le attività che esse stesse hanno progettato; Si impiantano dei paletti, dei limiti e veti oltre i quali l’imprenditore non può andare. Insomma, un’economia ingabbiata e, in quanto tale, non può esprimere tutto il suo effettivo potenziale di crescita o di sviluppo che dir si voglia.

In questo clima di incertezza economica però occorre comunque muoversi e bisogna farlo con la consapevolezza che le difficoltà ci sono e che devono essere affrontate. Dunque, se si dovesse dare il via ad una attività, qualunque sia il settore scelto, occorre orientare gli sforzi preparatori verso l’importante analisi di mercato, quale primaria valutazione da cui si possono  anticipare ipotesi di fattibilità.

Ma l’analisi di mercato spesso viene confusa con la semplice ricerca del settore da aggredire, cercando di capire se esso è sfruttato e quanto lo sia; se esso risulta inflazionato se ne cerca un altro che forse meno inflazionato può dare risultati. Ci sono poi scelte che ricadono sulla passione dell’imprenditore verso un particolare settore e, inflazionato o meno, si butta a capofitto, tanto pensa: “Quel mestiere lo amo e lo conosco bene”.

Non funziona così, oggi specialmente, dal momento che oramai tutti i settori (PMI, artigianato, servizi, commercio) sono inflazionati. Si intuisce agilmente, che il rischio d’impresa è diventato elevatissimo.

Lo si denota dalle attività artigianali e commerciali che chiudono battenti (il commercio spesso per fallimento) e dopo un certo numero di anni in un paese ci si ritrova con un settore (esempio articoli da regalo) vacante per gli effetti di cui sopra.

Nasce a copertura un nuovo commerciante che ricopre quel settore e scopre già sin dal primo anno di esercizio che le cose non funzionano, che chiude l’anno commerciale in perdita. Costui andrà avanti per qualche anno, magari rischiando capitali investiti e dovendo rendere a banche o ad altri istituti quote relative a scoperti di banca o finanziamenti acquisiti. Beh, anche per lui, l’avventura si chiude con un nulla di fatto.

Insomma:

  • Non esiste il posto fisso
  • Non c’è garanzia di mantenimento del posto fisso per chi ce l’ha;
  • Non si hanno certezze di continuità d’impresa per i disperati che tentano di mettersi in proprio;

di contro:

  • C’è lo Stato con le sue elevatissime incidenze fiscali;
  • Le banche coi loro sistemi da strozzinaggio;
  • Equitalia, il più temibile dei mostri fiscali.

 Da  questo “impasse” però, ci sono modi per uscirne, se non altro senza rompersi le ossa. Scusatemi la freddezza con cui lo dico, ma purtroppo non trovo altre espressioni carezzevoli.

Dicevo, per non uscirne con le ossa rotte bisogna avere di proprio il capitale necessario per l’avvio dell’attività che si vuole impiantare.

Si, ci vogliono soldi propri che garantiscano le varie coperture:

  • INPS
  • FISCO
  • LOCALI DI ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’
  • CAPITALE MERCI
  • CAPITALE ATTREZZATURE
  • CAPITALE PER IL COSTO DEL PERSONALE PRESUNTO
  • PREPARAZIONE PERSONALE
  • STUDIO COMMERCIALE NON DOZZINALE.

Ma alla base di tutto sta il fatturato che deve rispondere percentualmente in funzione del capitale investito. Ovvero non posso investire un valore 100 per trarne uno inferiore diciamo… 10.

E ancora, quale deve essere il margine di guadagno? Ovvero quale ricarico devo applicare sulle merci?

Beh, certo, se potessi ricaricare un bene del 300% potrei anche accontentarmi di un minor numero di vendite; ma se il ricarico è minore ovvero nel mio negozio esito merci soggette a maggiore concorrenza, dovrò accontentarmi di un margine di guadagno minore e dunque vendere più articoli, cioè fatturare di più.

Questi risultati presunti però, non sono soltanto raggiungibili da chi inizia l’attività con capitali propri. Infatti, la differenza sta nel maggior rischio da parte di chi utilizza finanziamenti o utilizza la disponibilità di denaro in apertura di credito attribuita a un c/c di banca.

In quest’ultimo caso il commerciante subirebbe un costo per interessi bancari relativi alla cifra e al periodo di rosso che ne deriva.

Diverso è il caso di un commerciante soggetto sia a una rata fissa per un finanziamento (es. acquisto attrezzature diretto o in leasing), che all’utilizzo del c/c.

Fattori che fanno lievitare i costi di gestione (conti passivi) e che classificano il commerciante sotto l’aspetto della competitività, in un livello più basso.

Con l’aumentare dei costi, infatti, diminuisce il margine di guadagno e il che può andare ad incidere sull’efficienza economica dell’attività intrapresa.

Tutto questo è il risultato di una mia analisi oggettiva che ho messo in essere non da addetto ai lavori con l’intento di trarne utili (mi sarei espresso in modo completamente di verso); è invece, il frutto di un sano principio tendente a mettere in guardia i promessi imprenditori dalle trappole che il sistema fiscale ha seminato su tutto il territorio e su tulle le possibili attività economiche.

Lo scopo è ancora più rilevante, perché tende a far nascere una contro partita di interesse pubblico, che sia capace di organizzarsi e di opporsi al sistema che viene imposto con la spudoratezza di farlo passare per l’unico in grado di incentivare l’economia nazionale, il lavoro, l’impresa locale.

Questo secondo passaggio apre il prologo ai successivi paragrafi che nel tempo andrò a scrivere.

A presto.

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