PODIMUS E L’INDIPENDENTISMO A CONFRONTO

PODIMUS E L’INDIPENDENTISMO A CONFRONTO: A DISTANZA DI UN ANNO TIRIAMO LE SOMME

di Gianni Nachira

PODIMUS IL 25 SETTEMBRE COMPIE UN ANNO di vita e per questa ricorrenza avremmo piacere di incontrare un folto pubblico tra simpatizzanti, sostenitori, soci ovviamente e politici di tutte le forze indipendentiste. Vogliamo manifestare la nostra convinzione che quanto abbiamo messo su ha fondamenti seri essenziali e necessari per il futuro della nostra Sardegna.

QUI LA FOTO DI UNO DEI VARI ARTICOLI APPARSI NEL SETTEMBR 2015 SUI QUOTIDIANI PER L’EVENTO PODIMUS

Nuova Sardegna 25 Settembre

L’INDIPENDENTISMO DI DOMANI PROGETTIAMOLO OGGI

IL FUTURO INDIPENDENTISTA come lo vogliamo scrivere? Beh, non certo con la penna, sarebbe obsoleto. Tuttavia va scritto, humour a parte, con l’intervento di classi politiche nuove, fatte di giovani preparati e consapevoli della necessità evidente di un cambiamento radicale di cui la Sardegna necessita. Si tratta intanto di individuare le ragioni che spingono a una scelta indipendentista piuttosto che continuare favorire la politica italiana che sta impedendo alla nostra terra benessere e futuro certo. Lo stimolo a portare avanti la battaglia indipendentista secondo criteri di estrema apertura a tutti i politici sardi è d’obbligo, affinché anch’essi comprendano che per AMORE” devono riconoscere nella Sardegna la loro PATRIA.

Se fanno questo, non possono ostinarsi a voler credere in una politica italiana che ha interessi totalmente diversi e opposti a quelli che i Sardi vogliono, giustamente, perché sia messa in sicurezza la continuità identitaria (etnia e lingua) oltre che l’economia e il lavoro che ormai sono diventati soltanto miti. Riprendersi dunque in mano il diritto al futuro socio-politico-economico spetta ai giovani, agli uomini di domani, ai quali si deve imporre la sottomissione alle virtù essenziali che mirano al rispetto, all’onestà intellettuale, alla sincerità di intenti.

La politica di un nuovo Stato Sardegna non può e non deve sottomettersi alle logiche delle politiche schiaccianti di altre nazioni e dovrebbe anche affrancarsi dal giogo “EUROPA”. Lo stato di Sardegna non può attuarsi attraverso battaglie cruente o violente, ma mediante la ricerca di alternative pacifiste e incisive. Sono però consapevole che occorrono anche guide della vecchia guardia che, insieme, si predispongano per una strettissima collaborazione al fine di attuare un progetto Sardegna che sino ad oggi non si è riusciti a realizzare con le variegate strategie fin qui messe in atto.

Sono convinto, pur non avendo dati certi, che in casa abbiamo ancora numerosi professionisti giovani e preparati da poter inserire in enti e strutture pubbliche in qualità di dirigenti al posto di quanti oggi occupano poltrone di potere ottenute per favoritismi politici, per cui sottomessi al volere e al maggior potere di chi li ha insigniti di tali titoli. Dico “numerosi professionisti” perché è innegabile la realtà che la stragrande maggioranza delle eccellenze sarde abbia abbandonato la propria Patria per prestare pregevoli servizi in strutture industriali, sanitarie, scientifiche, tecnologiche in terre d’oltre mare.

L’intento che ci si dovrebbe prefissare è quello di creare i presupposti affinché le forze professionali presenti siano immediatamente coinvolte e quelle emigrate rientrino gradualmente, con la garanzia che la loro opera sia tenuta nella giusta considerazione ai fini della ricostruzione dei comparti dell’economia oggi in grave condizione di sofferenza.

La ricostruzione è possibile se si giunge finalmente a comprendere che laddove non c’è competenza, c’è catastrofe; e se in questo scorcio di anni trascorsi si è verificata la trasmigrazione dei nostri migliori “cervelli”, credo sia giunto il momento di porvi riparo.

Chi lo può fare? I politici che oggi governano? Beh, no! Serve una mozione popolare sottoscritta da un congruo numero di cittadini delle attuali provincie presentata a chi di dovere con all’interno elencate una serie di proposte attuabili che lo stesso Governo regionale non può disattendere. Infatti, l’economia globale può risollevarsi, solo se nei posti che contano ci sono le persone giuste, capaci di attuare programmi concreti di crescita e di sviluppo, cioè, uno stratega per ogni comparto d’interesse. I ruoli dirigenziali dunque, sono sotto la mia osservazione e credo di avere ragione quando sostengo che uno Stato può reggersi soltanto se ad operare sono persone capaci e scevre da interessi privati e fuori dai soliti personalismi ed egocentrismo.

Si parla di democrazia in ogni dove politico e non si può intuire dove veramente essa venga esercitata e messa al centro di ogni atto politico.  Ma una nuova era politica auspicabile in Sardegna deve puntare a farne uno Stato “APERTO AL MODO” e non chiuso in sé stesso in un ritorno al passato. Guardare avanti è il motto vincente, offrendosi a nuove sfide mondiali senza timore di doversi sottomettere alle potenze economiche. Ma aprirsi significa offrire terra e prodotti, cultura e turismo consapevoli di dover apprezzare e accogliere altrettanta realtà dei Paesi con i quali si vuole creare l’Inter scambio. L’Italia è il primo nella lista e non credo ci sia qualche sardo capace di odio verso lo Stato che considera il “colonizzatore”, anche se in molti siti si fomenta l’odio verso l’Italia e gli italiani.

Serve la maturità intellettuale ed è quella che abbiamo il dovere di trasmettere alla gente comune; dico abbiamo perché bisogna che si facciano avanti le persone di cultura e quelle ricche di saggezza, se vogliamo “educare il popolo” a guardare il mondo con gli occhi apperti e ad ampio spettro visivo.

Se questo non si è verificato ancora, il MEA CULPA è d’obbligo da parte di tutti i politici sardi e sono convinto che anche coloro che hanno lavorato in seno a partiti italiani, possono cambiare mentalità, atteggiamento e pensiero e ritornare nelle braccia di MAMMA SARDEGNA.

Auspico che questo messaggio giunga al cuore dei molti e faccia meditare sulle scelte future che si dovranno fare.

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